Ubud, 2 gennaio 2023

Visualizzare= rendere visibile, portare alla vista. 

E’ una cosa che ho sempre fatto, in tanti ambiti della mia vita. Quando giocavo, da buon palleggiatore, trascorrevo le ore prima di scendere in campo ragionando e ipotizzando come avrei gestito determinate situazioni; a chi avrei alzato la palla che scottava in situazioni complicate; quale sarebbe stato il piano b se qualche mia compagna di squadra non fosse stata al massimo quel giorno. Provare ad anticipare le mosse dell’avversario, creare dei diversivi, vivere con l’immaginazione una situazione in maniera tanto vivida da sentirmi quasi in un dejavu quando finalmente accadeva. La stessa cosa negli anni degli studi: immaginarsi domande scomode, risposte di emergenza. Tutto questo mi aiutava a migliorare le mie prestazioni ma ancora di più a gestire le emozioni, riuscendo a controllarle e a vivere momenti delicati in maniera più lucida e razionale. E poi semplicemente mi veniva naturale farlo. Da buon pesci l’immaginazione non mi manca.

Proprio in questi giorni di cinque anni fa iniziavo il mio ultimo lavoro, presso una compagnia assicurativa: nulla centrava con il mio percorso, anzi, addirittura qualche mese prima avevo lavorato per un’altra assicurazione ed era stato più un trauma che altro. Avevo quasi 28 anni e volevo essere finalmente indipendente: iniziare a progettare un futuro e una casa con Ario e poi, devo essere onesta, mi incuriosirono. Mi sembravano diversi dalla mia esperienza precedente per cui, come in tutte le cose, mi buttai e diedi il massimo da subito. I primi mesi non mi risparmiai, ma già a settembre dello stesso anno capii che c’era qualcosa che non andava durante una discussione con il mio responsabile di allora: ero abbastanza nervosa per tutta una serie di dinamiche che ero da mesi costretta a gestire nonostante la mia poca esperienza nel ruolo. Volevo essere spostata, cambiare il mio gruppo di lavoro. Lui mi guardò, la stessa persona che pochi mesi prima mi aveva raccontato che le mie doti caratteriali e relazionali avrebbero potuto farmi emergere in questo lavoro, che solo all’apparenza si presentava puramente commerciale. Che l’azienda stava cambiando rotta, che c’era bisogno di profili come il mio..ecco quella stessa persona mi guardò e mi disse: “Mi dispiace Pecchiura, ma ho bisogno che lei stia lì”. Avevo capito l’antifona..per quanto potessi essere futuribile e in gamba era più importante l’equilibrio esistente, non importava a quale costo. Continuai a lavorare ma persi gran parte del mio spirito: la differenza tra ciò che sentivo e ciò che vivevo era palese ogni giorno, e in situazioni come queste io preferisco defilarmi. Avevo un piede fuori dalla porta, ma restai. 

La svolta ci fu circa 16 mesi dopo: il mio responsabile fu sostituito e chi arrivò mi mostrò come la programmazione e la pianificazione potevano essere la base del nostro lavoro; capii che quel tipo di capacità che avevo sempre avuto poteva aiutarmi a mettere ordine nella mia attività e darmi la serenità di cui avevo bisogno in un lavoro che altrimenti rischia di prescindere sempre da un obiettivo che sembra costantemente effimero e impalpabile, quasi frutto del caso.

Potevo curare ogni aspetto del mio lavoro e visualizzare gli obiettivi che mi ponevo, senza paura di alzare l’asticella e non solo, potevo trasmettere questa consapevolezza anche agli altri. Forse, pensai, chi mi aveva inserito, nonostante tutto, poteva aver avuto ragione..potevo essere giusta per quell’azienda. Poteva essere il mio lavoro. La mia convinzione spesso fa la differenza nei miei risultati, e in pochi mesi diventai prima consulente finanziario e poi responsabile di settore, coordinando altre due persone. 

Non penso di volermi dilungare su come le cose cambiarono col tempo, fino a precipitare nei primi mesi del 2022..sono partita con un’idea diversa di questo post, ma come sempre quando parte il flusso di coscienza è difficile fermarlo..ma oggi lo assecondo solo in parte e mi fermo qui. Basterà dire quanto segue: non era il mio lavoro. O meglio, avrebbe potuto esserlo, ma non era ciò che io volevo per me. E dopo mesi di nervosismi più o meno latenti, discussioni, dimissioni date e ritirate, arrivai a questa consapevolezza paradossalmente in un momento che nella normalità rappresenta un importante traguardo professionale: un viaggio premio. Questa consapevolezza mi arrivò come un treno dritto in faccia, e durante la sfarzosa cena di gala in uno dei resort più belli della Sardegna io sono dovuta scappare perché mi mancava il fiato. C’era tutto il top dell’azienda, il meglio, e io volevo solo andarmene. E lo feci. Da quel momento nulla fu più uguale. Le riflessioni e le decisioni che presi quella notte non cambiarono più e io non me ne sono mai pentita. 

Ho ragionato a lungo su quello che accadde in quei giorni e sono arrivata a questa conclusione: dopo tanto tempo totalmente immersa nel flusso della vita che stavo conducendo, quasi ipnotizzata, mi sono ritrovata da sola, lontana dai miei cari, in un contesto totalmente diverso..ma principalmente da sola. Quell’evento straordinario aveva scardinato la mia routine che andava avanti per inerzia, che facevo proseguire ostinatamente e quasi in maniera autodistruttiva..la mia mente colse l’occasione e riuscì a gridarmi tutto quello che io continuavo a tenere sottotraccia..mi mise davanti uno specchio gigante e io avevo solo due alternative: fermarmi e ascoltarmi, perchè ero arrivata al limite, oppure far finta di nulla..proseguire pur sapendo, mettere la testa sotto la sabbia..non è da me. E infatti scelsi la prima strada.

Questo è quello che mi è successo e a cui sono susseguiti tutta una serie di riflessioni a tutto tondo su come stavo conducendo la mia vita..era davvero cosi che la volevo? No. Avevo ancora tempo e modo di cambiare le cose? Si.

Non era ciò che volevo raccontare, lo ribadisco, ma la mia mente va lì e allora forse oggi è giusto scrivere di questo..dei mesi seguenti non ne parlo perché è già stato faticoso arrivare fin qui..e ciò che accadde dopo è certamente più doloroso di quella notte di inizio giugno. 

Avevo passato gli ultimi anni a lavorare per un obiettivo, a credere che ciò che stavo facendo mi avrebbe dato un vantaggio nel mio lavoro, che avrebbe accelerato il mio percorso..tutto intorno a me i fatti continuavano a dimostrarmi il contrario, ma io continuavo a credere alle parole..definirmi ingenua è farmi un complimento..

Mi va di raccontare un ultimo aneddoto legato a questa parte del mio percorso (alla fine c’ho preso gusto!), e riguarda una persona con cui ho sempre avuto un bel rapporto, ma non particolarmente stretto..una cosa che ho imparato da tutta questa vicenda è che ciò che ti aspetti dalle persone per cui hai dato tutto e anche di più non arriverà, anzi..se possibile si rimangeranno il più possibile e sono certa che lo facciano anche oggi. Ma non importa. Questa persona durante una chiacchierata di metà settembre mi disse quanto segue: “Sai Chiara, vedere te fare questo lavoro mi ha sempre fatto pensare che anche io avrei potuto farlo, perchè tu sei diversa dagli altri, non sei uno squalo”. All’inizio rimasi spiazzata, non sapevo se prenderlo come un compimento..poi ci ho ragionato, era la cosa più bella che potesse dirmi. Più di tutte quelle promesse da marinaio, di quelle parole dette e rimangiate due secondi dopo..non aveva nessun tornaconto nel dirmelo, era totalmente disinteressato come gesto..e io lo apprezzai tantissimo. Almeno tanto quanto il messaggio che mi mandò due settimane dopo, la stessa mattina in cui firmai il rogito di vendita della casa: mi augurava il meglio, perchè ero stata un suo perché, da subito. Le avevo mostrato come riuscire in questo lavoro senza snaturarsi, rimanendo se stessi. Ancora una volta mi aspettavo il messaggio da un altro mittente ma questo gesto inaspettato e maledettamente autentico mi ha riempito il cuore e mi ha fatto esplodere in un pianto liberatorio in una delle mattine più difficili della mia vita..non lo so se mi leggi, ma ti voglio ringraziare, ancora una volta. Hai fatto più di quanto pensi.

Ho iniziato questo post con l’intenzione di condividere il lavoro che ho fatto negli ultimi due giorni: ho sfruttato queste mie capacità di pianificazione per visualizzare il mio 2023. E come tutti gli anni ho fatto il mio business plan: ma questa volta al centro ci sono io. Non ci sono quote, fatturati, contratti..ma ci sono abitudini, viaggi, esperienze, obiettivi di crescita personale..d’altronde, c’è qualcosa che abbia più valore? No e oggi l’ho finalmente capito. 

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