Ubud, 13 Dicembre 2022

Tradizioni. Riti. Abitudini. Chi di noi non li ha. Una morning routine che ci faccia partire col piede giusto. Una serale, che ci accompagni al riposo nel modo migliore. Oppure quella strada, quel posto che per gli altri non significa nulla, ma diventa il nostro rifugio quando ne abbiamo la necessità. Ne avevo tanti in Italia: dalla via dietro casa che in un secondo mi immergeva nel verde delle campagne che mi ha salvato durante la pandemia e l’ha fatto anche quest’estate, quando io e Ario tutti i giorni partivamo e macinavamo chilometri..a volte parlando ma spesso e volentieri in silenzio. Non c’era bisogno di parole, solo di buttare fuori in qualche modo..e di stare vicini. A Torino ormai da sedici anni un luogo in cui sentivo il bisogno di andare periodicamente era senza dubbio il Monte dei Cappuccini. Un luogo celebre, ma che per me ha un significato particolare perché è legato a un episodio accaduto in una delle pagine più nere della mia vita personale e familiare. Forse andarci mi serviva per non dimenticare. Quando lavoravo a Ciriè e facevo sponda tra gli uffici di Ciriè e Lanzo mi capitava di allungare sulla statale in quei paesini mezzi vuoti e immersi nelle valli..per stare da sola, per sentire il silenzio..per provare ad ascoltarmi. Anche una volta trasferita a Ivrea la musica non è cambiata e oltre alla mia amata T-ROC che mi ha accompagnato in tutti quei chilometri percorsi senza sosta, avevo scovato e tenuto per me tanti piccoli posti che mi accoglievano durante una giornata storta, dopo una riunione nervosa, dopo una discussione difficile. 

E insieme ai posti e alle routine, ci sono le date. Pochi giorni fa è stato l’8 dicembre e questa è una data che nella mia famiglia ha sempre avuto un solo significato: tradizione. Ricordo le sveglie la mattina presto, l’unico giorno off da scuola e lavoro, io e mia mamma in macchina alle 7 del mattino per raggiungere casa dei miei nonni a Rivarolo, circa 20 km da casa, e onorare una tradizione tipica della terra di mia mamma, la Calabria: crespelle e struffoli per tutti. Ricordo mia nonna già intenta a impastare ancora col buio e il freddo là fuori e mio nonno che supervisionava impaziente di poter finalmente godersi il prodotto finale. La produzione era di quelle serie perché la tradizione vuole che la maggior parte delle crespelle siano regalate o condivise con amici e parenti. Si partiva al mattino alle 7.30 e si iniziava a friggere non prima di mezzogiorno. Occorre tempo, occorre cura nel trattare l’impasto, nel formare la pasta e nel miracolo della lievitazione. Occorre amore. Ogni passaggio è importante. Ma questa era solo una parte del processo. Perché ogni fase era accompagnata da situazioni, discorsi e scenette che puntualmente ogni anno si ripetevano. I miei nonni che discutevano sempre sulla forma delle crespelle, su chi le facesse meglio. Su quante ne sarebbero uscite utilizzando un tot di farina. Ogni volta ci ripromettevamo di farne meno. Inesorabilmente negli anni il numero aumentava. Era casa. Era famiglia. Valeva la pena alzarsi così presto anche se a volte non lo capivo. E’ valsa la pena anche nel corso degli anni, quando i miei nonni si avvicinarono ma la sveglia suonava presto lo stesso. E’ valsa ancora di più nel 2011 quando tutta la famiglia, tutta davvero, si riunì perché sapevamo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci sarebbe stato mio nonno in quella data..quell’anno l’8 dicembre fu il nostro Natale. 

Ne sono cambiate di cose in questi anni, ma la foto mentre alzo la tovaglia che protegge le crespelle e fotografo quelle meraviglie mentre crescono non manca mai. Tranne quest’anno. Dopo una vita passata a onorare questa tradizione, a cullarmici dentro, quest’anno sono lontana da casa a tempo indeterminato. E penso al messaggio di mia mamma che mi manda la foto di rito con questa didascalia: “Mancavate voi”. Il cuore mi si spezza. Mi si spezza perché già nel quotidiano è difficile non pensare all’impatto che questo allontanamento comporta, ma in queste circostanze è ancora più complesso. Ma mentre il mio cuore si stringe cerco di non peccare di breve memoria, e provo a immaginare il mio 8 dicembre quest’anno, se non avessimo preso la decisione di partire, di ribaltare la nostra vita e provare a fare ed essere qualcosa di diverso da ciò che stavamo diventando. Non mi è difficile fare questo sforzo di immaginazione: avrei parlato di lavoro, lavoro e ancora di lavoro. Di qualche aneddoto o esperienza che avrei organizzato di lì a breve per raccontarmi che stavo continuando a curare i miei interessi e le mie passioni. Che mi stavo occupando di me. Che tutto stava andando nella giusta direzione. Avrei impastato pensando che il giorno dopo quasi certamente non avrei fatto il ponte e avrei fatto un passaggio in ufficio, breve ma necessario. Questo avrei fatto. Anzi, forse quest’anno sarebbe andata ancora peggio. Perché essere lì quel giorno avrebbe significato aver ignorato il muro di consapevolezza che mi aveva investito sei mesi prima. Avrebbe voluto dire non aver avuto coraggio, ma sapere. Quindi logorarsi nel “e se l’avessi fatto?”. Sarebbe andata molto peggio, cara mamma. So che per te è difficile capirlo ma è stato meglio così. E lo dico mentre le lacrime mi rigano il viso. Sembrerà un paradosso ma non c’è 8 dicembre che abbia avuto così tanto valore negli ultimi anni come quello di quest’anno. Questi pensieri sono esplosi stamattina durante un’esperienza che abbiamo fatto in una Spa qui a Ubud: vi risparmio la bellezza del luogo e la disarmante capacità che ha questo posto di farmi sentire connessa e in pace. La mia terapista, Kadek, si è presa cura di me, del mio corpo e della mia mente per circa tre ore. Un pò come ero solita fare io con l’impasto delle ormai celebri crespelle. Mi ha massaggiato, mi ha avvolta, mi ha accudito. Dopo il tradizionale massaggio Balinese, già sufficiente a rigenerare la più infranta delle anime, ho provato per la prima volta il trattamento Chakra Balance. Non conosco molto le terapie olistiche, ma ne sono incuriosita e affascinata; d’altronde del binomio mente-corpo e della loro relazione se ne discute solo da svariati secoli (!). Non ho voluto leggere troppo a riguardo perché non volevo farmi suggestionare, ma lo scopo perseguito è quello di armonizzare l’energia all’interno del corpo, e ottenere un benessere psico-fisico e spirituale. E’ anche un percorso di crescita interiore che viene affrontato da chi riceve il massaggio. Ovviamente si tratta di un cammino inconscio, in quanto chi lo riceve non deve far altro che predisporsi a ricevere quest’energia. E in effetti, dal mio punto di vista, inizialmente Kadek si è limitata a posarmi delle piccole pietre in concomitanza dei sette Chakra e fare dei piccoli movimenti alternati a nulla. Le sue mani, che durante il massaggio avevo sentito alternarsi tra la delicatezza e la forza, ora si posavano su di me e, sono sincera, all’inizio non capivo. Quasi mi sentivo a disagio. Quanto spiazza il silenzio. Quanto spaventa l’attesa. Quanto spaventa ascoltarci. Kadek si stava connettendo con me e con ciò che ci circondava, stava incanalando la sua energia per scovare i miei blocchi, e provare a ristabilire il regolare flusso della mia energia. Di ciò che ha fatto me ne sono accorta circa venti minuti dopo, durante il trattamento viso, quando la mia mente ha iniziato a correre veloce, a fare tutte queste riflessioni che ora sto cercando di mettere nero su bianco. Quando ho avuto come la sensazione che fosse saltato il tappo di emozioni che anche in queste settimane ho celato, per prendermi del tempo, per godermi un pò di libertà e spensieratezza. Chissà se Kadek lo sa quello che ha fatto. Se sa che mentre mi puliva il viso da uno dei numerosi prodotti che ha applicato sulla mia pelle, ha asciugato anche qualche lacrima. Che ho provato a trattenere, ma francamente non ce l’ho fatta. Chissà se sono riuscita, con il mio flebile “Grazie” sussurratole a fine trattamento, a trasmetterle tutta la mia gratitudine, per il grande regalo che mi stava facendo. Io, a differenza sua, in questo temo di aver fallito. 

E ora, in queste settimane di continue novità, siamo alla ricerca di nuove abitudini, riti, tradizioni. Perché la nostra mente ne ha bisogno. Le cerca. Ha bisogno di riconoscere qualcosa come familiare, a cui appigliarsi. Anche se spesso sono proprio le abitudini a ostacolarci e alla lunga a farci sentire ingabbiati, in trappola in qualcosa che a un certo punto sembra non dipendere più da noi. E più ci pensi e più fatichi a capire come ci sei arrivato a quel punto. Perlomeno questo è ciò che è accaduto a me. 

In questo momento di limbo e di ricerca le cose assumono un valore nuovo, le parole e i gesti hanno un’intensità diversa. E’ difficile navigare a vista, non sapere dove sarai il prossimo mese: l’altra faccia della medaglia della routine non ha meno lati oscuri di quella più frequentata. E io non lo so dove sarò il prossimo 8 dicembre. Ma so che, ovunque sarò, sarà stato per mia scelta. E sarà davvero quello il posto in cui vorrò essere.

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