Jimbaran, 5 febbraio 2023

Non hai più scritto sul tuo blog!“..questa una delle prime frasi di mio papà l’altra sera al telefono. Ha ragione: sono più di tre settimane che non alimento questo mio diario virtuale. Non che non ci abbia provato ma, rispetto al solito iter che mi porta alla creazione di uno scritto, c’era sempre qualcosa che si inceppava prima, che mi faceva riconsiderare le idee che avevo, e infine abbandonarle. Di solito mi viene una sorta di illuminazione nei momenti più inaspettati, spesso durante un viaggio in scooter, e nei successivi due/tre giorni coltivo quell’idea finché non sono pronta a scrivere.

Ho cercato di capire cos’è che mi bloccasse e penso di averlo finalmente capito, ma per spiegarlo devo partire da gennaio. Gennaio. Ho sempre odiato questo mese. Freddo. Buio. Eterno. Quest’anno non è stato così: il tempo qui in Asia scorre diversamente, è difficile da spiegare. Ma di certo i tempi sono molto distanti da quelli occidentali; la fretta non esiste. Non significa non fare, non essere produttivi, tutt’altro, ma per me che vivevo con to do list e la testa sempre piena di cose da fare, vivere qui mi ha insegnato la differenza tra fare le cose per finirle, per passare alle successive, e stare nelle cose. Viverle. Esserci.

Il lato oscuro di gennaio si è manifestato anche qui, questa volta con una forma diversa. Puoi allontanarti di migliaia di chilometri, ma le questioni irrisolte, le cose che più ti hanno fatto soffrire, che magari avevi chiuso in un cassetto convinta di averle arginate, quelle cose, ti seguiranno sempre. E mi hanno seguito. E si sono presentate con tutta la loro forza intorno alla metà del mese..ragionandoci ho poi capito il perchè. Un evento di anni fa che mi ha lasciato più strascichi di quelli che immaginavo e un rapporto tossico dal quale non riuscivo a liberarmi hanno gettato un’ombra su di me nei giorni centrali del mese, quel buio tipico di gennaio che ho sempre detestato. Ero conscia di quanto i miei pensieri fossero irrazionali, ma non riuscivo a controllarli, non riuscivo a vedere la luce. Parlarne con Ario è stato difficile, ma finalmente liberatorio. Chiedere aiuto non è mai segno di debolezza: è una bella frase da dire, per me il difficile è stato pensarlo davvero. Ma ci sono riuscita, il buio pian piano si è diradato e anche quei giorni sono finiti. Ho dovuto scrivere un’ultima volta: le mie parole erano cariche di rabbia, di rancore, di delusione. Ero pronta a pubblicarlo, ma poi l’ho riletto e ho deciso di non farlo: stavo ancora guardando indietro, stavo ancora decidendo di dare troppa importanza a cose passate, stavo ancora decidendo di non guardare avanti. Come se avessi fatto una scelta a metà: partire ma continuare ad avere la stessa testa, le stesse abitudini, gli stessi pensieri che mi hanno portato a questo punto. Tutto ciò che avevo scritto, che mi ero scritta in questi mesi mi è venuto in soccorso, la nuova me che sto costruendo ogni giorno pezzo per pezzo. Ma avevo bisogno di un’ultima lettera prima di dare un calcio definitivo a tutto quello che era stato. Dio quanto mi è servito. 

Sono passate quasi tre settimane da quei giorni e non ho più avuto lo stesso istinto di scrivere. Avevo sempre associato la scrittura all’espressione di sentimenti e pensieri negativi..per provare a combatterli con le parole, a esorcizzarli mettendo nero su bianco i miei pensieri. In queste tre settimane ho assaporato la vita nella sua semplicità e bellezza e per questo mi sembrava di non aver nulla da dire. Ho finalmente vissuto con la leggerezza che cercavo. Non con superficialità, ma con uno sguardo lieve sulle cose. E’ come se fosse scattato qualcosa nella mia testa: continuavo a guardarmi indietro, come se io stessa pensassi di meritarmi ancora quel buio, come se non avessi sofferto abbastanza. Come se gli ultimi sette mesi a dir poco non fossero stati sufficientemente dolorosi. Continuavo a punirmi, ma per la prima volta nella mia vita sono stata indulgente con me stessa. Basta. Pena scontata. Perchè l’unica cosa di cui avevo bisogno era proprio questa: il mio perdono. 

Mancano poche settimane alla nostra partenza da Bali, e il merito di tutto questo percorso, oltre che essere mio, è certamente suo. Ogni tappa di questo viaggio di quasi quattro mesi mi ha insegnato qualcosa, e ogni angolo di quest’isola mi ha regalato qualcosa che sarà difficile dimenticare. Sanur è stata l’accoglienza calma e sicura, Ubud è stato il posto che più di tutti mi ha permesso di entrare in contatto con me stessa e con le mie emozioni più profonde. Le ho aperto il mio cuore e lei non mi ha tradito. Mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e di meraviglioso, mi ha fatto sentire connessa con la terra e coi miei pensieri più intimi. E’ stato il momento più complicato del viaggio, ma senza dubbio il più bello ed emozionante..non a caso questi giorni così difficili sono arrivati poco dopo la partenza da Ubud: il risultato di tutto quel lavoro, di tutto quel percorso. Ero pronta a voltare pagina. Jimbaran e il sud di Bali sono perfetti per questo momento, per questo nuovo inizio: sono libertà, leggerezza, spensieratezza. Sono vita. 

Stamattina ho letto questa frase: “Il primo passo non ti porta dove vuoi, ma ti toglie da dove sei”. Noi il primo passo l’abbiamo fatto molto prima di arrivare qui, e di certo ci ha tolto da dove eravamo, un posto che ci era diventato troppo stretto. Bali ha fatto il resto. Ci ha mostrato quanto siamo forti, quanto siamo uniti, più di quanto immaginavamo. Ci ha messo alla prova, continua a farlo tutti i giorni. Sarà difficile andare via da qui, ma sappiamo che è la cosa giusta, almeno per il momento. Il mondo è così grande e così bello e noi vogliamo vederne il più possibile.  Ma oggi noi sappiamo che anche da questa parte del mondo abbiamo un posto che possiamo indubbiamente chiamare casa.

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