Castagna, 7 agosto 2023

L’ultima volta che ho scritto su questo diario ero all’aeroporto di Christchurch, a ventimila chilometri da dove sono ora. Ero letteralmente in un altro mondo e oggi più che mai me ne rendo conto. Ho riletto solo oggi ciò che avevo scritto, raramente lo faccio: una signora si avvicina per chiedermi di partecipare a una Survey sul turismo in Nuova Zelanda e io a stento trattengo le lacrime sollevando la testa dal pc per non sembrare una pazza squilibrata. Manca meno di un’ora all’imbarco, non ho molto tempo, ma i pensieri corrono veloci e le dita danzano sulla tastiera con enorme facilità. Non avevo voluto scrivere frasi smielate su quanto quel periodo fosse stato unico e speciale, e ancora non sapevo quanto in effetti lo sarebbe stato, ma avevo optato per alcuni dei tanti momenti che sono stampati nella mia memoria e che oggi, rileggendoli, ancora mi commuovono. Ancora. Forse più di prima. Nei mesi successivi tante volte avrei voluto scrivere, ma il viaggio è diventato frenetico, mi ha totalmente assorbito. Il ritorno in Asia ci ha scaraventato in un enorme frullatore: la Korea, in particolare Seoul, che ho amato, ci hanno regalato leggerezza, puro divertimento e ottimo cibo (manco a dirlo). E poi il Giappone per cui ancora mi mancano le parole. Quante volte in entrambi i casi avrei voluto immortalare quelle sensazioni, ma vivendo questo spazio più come terapia che come pura scrittura, in questi mesi non ne ho avuto ne il tempo ne il bisogno. Sono rimasta volentieri nel frullatore e mi sono goduta tutto quel caos calcolato e bellissimo, cercando di non perdermene neanche un secondo e facendo attenzione a non rimanere assuefatta da tutta la bellezza che avevo intorno, rischiando di abituarmici. Poi quando siamo arrivati in Thailandia, per fermarci un attimo e respirare, non ne avevo le forze. Sentivo l’adrenalina scendere, il frullatore diminuire gradualmente la velocità, i giorni contati rispetto a qualcosa che da qualche mese avevamo programmato, più per cause di forza maggiore che per volontà. Dovevamo rientrare. Non per restare, non ora, ma il flow che avevamo creato avrebbe subito una pausa; uno stop che abbiamo cercato di accompagnare dolcemente, ma che sapevamo sarebbe stato violento. E non ci sbagliavamo. Esaurita la gioia di rivedere alcune persone, molte meno rispetto alla partenza dieci mesi fa (in questo senso la distanza fa miracoli e apre gli occhi in maniera disarmante ma necessaria), fermarsi è stato un pò come tornare indietro. Il paese dove siamo cresciuti, che già ci stava stretto, oggi non ci fa respirare: tutto sembra cristallizzato, sempre uguale a se stesso, solo con un anno in più. Il solito tavolo che fa l’aperitivo al bar tutte le mattine, la vecchia stazione ancora lì che aspetta di sapere se sarà demolita o ristrutturata (è in attesa da circa quindici anni, presuntuosa io a pensare che le cose si sarebbero risolte in soli dieci mesi), le strade disastrate da buche che non riasfalteranno mai, il ristorante cinese che periodicamente cambia gestione. Sento che questo posto non mi appartiene, o meglio..io non gli appartengo più. La casa che abbiamo venduto e in cui avevo trascorso tutta la mia vita fino a un anno fa mi ricorda l’estate dell’anno passato, quando da soli cercavamo di far quadrare tutto, inseguendo il nostro sogno e facendo i conti con le prime persone che ci voltavano le spalle..non sono state le sole nell’arco dell’anno, qualcuno è ritornato sui suoi passi ma rimane comunque difficile dimenticare chi ti ha fatto soffrire in un momento così delicato. Allontanarsi, uscire dal tran tran ti risveglia da quel torpore che ti aveva assopito, annebbiando in parte la tua capacità di giudizio e valutazione. Uscire dalla zona di comfort, affrontare problemi nuovi, da solo, ti permette di vedere quelli vecchi sotto una nuova luce, e forse ridimensionarli. Anzi, di sicuro ridimensionarli. E’ stato uno shock tornare, ma solo così ci siamo resi conto di quanto siamo cambiati. Di quanto siamo cresciuti. La capacità di giudizio ritrovata non riguarda solo la dimensione dei problemi che ogni giorno affrontiamo, ma ha a che fare soprattutto con i legami e le persone di cui ci circondiamo. Passare un anno praticamente in due non mi ha mai spaventata, sapevo che Ario sarebbe stato il compagno di viaggio perfetto: abbiamo condiviso qualsiasi mezzo di trasporto immaginabile, bellissime depandance immerse nel verde dell’Otago e minuscoli appartamenti a Tokyo..minuscoli davvero. Non lo so come abbiamo fatto, ma abbiamo discusso pochissime volte, quasi mai a dire il vero. Siamo stati uno la spalla dell’altra, complici, amici, famiglia, ma ognuno coi propri spazi, anche in dieci metri quadrati, il proprio percorso da fare, i propri pensieri. Abbiamo trovato il nostro centro, il nostro equilibrio, da soli e insieme. Dedicare tante energie a un progetto di vita come questo non lascia molto altro spazio, in più c’è la distanza, il fuso..energie che in automatico dedicavi a rapporti, cose e  persone in parte non le hai, in parte le dosi, perchè la lontananza può avere tanti lati negativi, ma ne ha uno positivo, rivelatore: per coltivare un rapporto a distanza, di qualsiasi natura, bisogna essere in due. I rapporti in presenza possono essere monodirezionali, possono nascondere opportunismo, abitudine, legami familiari o di lunga data che di default non mettiamo mai in discussione, come se ci fosse una sorta di veto per cui sono da considerarsi perfetti per il solo fatto di esistere. Poi cambia qualcosa, cambia la prospettiva, rompi uno schema collaudato da troppo tempo non sai neanche più perchè e da chi e cambiano anche le cose, le persone..eccome se cambiano. E’ una scrematura che poi arriva naturale, fatta di qualità del rapporto, di semplicità nel dirsi le cose, di comunicare poco ma bene, di mancanza di orgoglio o di invidia, di interesse reciproco, di non provare quel disagio nello stare insieme e non avere nulla da dirsi. Quando passi tanto tempo da solo non sei più disposto a spenderlo con chi non aggiunge nulla a ciò che hai, a ciò che sei. Quando sei lontano e le persone le vedi e le senti poco e tutto il giorno senti parlare una lingua che non è la tua, ti accorgi subito in una chiamata, un vocale, un messaggio se una persona è felice di sentirti. La facciamo sempre così difficile ma è tutto dannatamente semplice. Difficile da digerire forse, quando ti rendi conto di aver investito male il tuo tempo e le tue energie, ma semplice. Fortunatamente anche in questo caso vale la legge del contrappasso, lato positivo questa volta: per tanti che escono dalla tua vita, magari ne rimangono pochi, ma di qualità, magari anche chi non ti saresti aspettato. Rapporti che nonostante la distanza diventano più forti, più solidi, per cui davvero conti i giorni prima di rivederti, perchè sai che sarà bellissimo, ma sai che anche a distanza l’affetto e il pensiero rimarranno vivi e sinceri. Due messaggi identici, a distanza di poche settimane, da due persone importanti, speciali, uno vocale e uno di testo, metodi diversi ma stessa sostanza: anche se non ci sentiamo tutti i giorni sappi che ti penso. Credo che da un rapporto non si possa volere nulla di più. Almeno, questo è ciò che ho imparato, questo è ciò che voglio. 

Già qualche mese fa nutrivamo il sospetto che l’aria torinese non sarebbe stata la cosa migliore per noi e quindi eccoci qui, in Italia ma in un’Italia diversa, che sento quasi più casa rispetto a quella in cui ho vissuto per tutta la vita: eccoci qui per tanto ma non troppo tempo, per riordinare le idee, respirare e forse prendere consapevolezza di quello che abbiamo fatto della nostra vita negli ultimi dieci mesi e di ciò che faremo nei prossimi.. perchè a dire la verità ancora non so se me ne sono resa conto..o forse preferisco non rendermene conto per niente, rimanere nel frullatore, ritornarci il prima possibile, e continuare a vivere.                                                           

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