Oggi è il 16 marzo. Sono le 8.15 e io da diversi giorni non ho più la necessità di puntare la sveglia. Il mio corpo si è adattato senza problemi al nuovo fuso e mai come prima il mio sonno si concilia perfettamente con il trascorrere delle giornate. Sono sempre stata un animale notturno. Il buio mi aiuta a pensare, a riflettere. Le mie due tesi di laurea e la maggior parte degli esami universitari si può dire che siano nati di notte. Amavo i turni mattutini quando lavoravo in aeroporto, amavo soprattutto le prime ore di lavoro: le quattro, le cinque..c’era sempre un’atmosfera particolare in aeroporto. Per non parlare dei turni notturni, ma purtroppo quelli erano davvero rari.                   
Quando siamo arrivati a Bali abbiamo fatto tanta fatica ad abituarci al nuovo fuso..e anche nei viaggi successivi è stato sempre complicato stabilizzare il nostro ritmo sonno-veglia. Qua no. Oggi è il 16 marzo, sono le 8.15 e qui in Nuova Zelanda è il mio compleanno. In Italia non lo è ancora, sono solo le 20.15 del giorno prima, ma qualche messaggio di qualche amico che si era puntato la sveglia per arrivare puntuale alla mezzanotte kiwi è arrivato.Siamo a Christchurch, nell’isola sud, da un paio di giorni, dopo tre settimane incredibili in quella del nord. Siamo ospiti in una villa in un quartiere a ovest del centro: la nostra host ama l’Italia e nella cantinetta riposta ai piedi dell’isola della cucina custodisce con cura bottiglie di Chianti e altri vini tipici del mezzogiorno. La sera prima ha preparato le lasagne e il profumo di ragù impregna ancora l’intera casa. Ogni mattina Trish, prima di uscire, ci lascia la tavola apparecchiata per la colazione nel grande salone nei toni del crema e arredato con gusto, illuminato dai primi raggi mattutini: pane tostato, marmellata e burro fatti in casa, succo alla mela, latte fresco e biscotti fatti da lei. Oggi c’è anche un bigliettino in cui ci saluta e ci augura di proseguire il nostro viaggio nel miglior modo possibile. Drive safe and enjoy. Sì perchè oggi è il giorno della partenza. In questo viaggio itinerante una delle tante, niente di strano, ma oggi volevo fare qualcosa di speciale e quindi i chilometri che ci aspettano sono tanti. Che poi se oggi ci ripenso..qualcosa di speciale. Come se il fatto di trovarsi dall’altra parte del mondo in un posto così unico non fosse abbastanza.Nota per la Chiara del futuro: smettila di alzare sempre l’asticella. Ci godiamo la colazione e il silenzio di quella casa luminosa e bellissima tutta per noi. Ormai siamo rodati negli spostamenti e in particolare nel carico e scarico della nostra piccola Suzuki Swift che ci accompagna in questi quarantadue giorni di viaggio. Si parte: lasciamo questo piccolo angolo di paradiso ma siamo fiduciosi perchè non facciamo che passare da una magia all’altra, quindi le partenze sono sempre affrontate con lo spirito giusto. Lasciamo Christchurch, la cittadina più popolata dell’isola sud, ben 300.000 anime, direzione nord. Ci aspettano due ore e mezza di macchina per la prima tappa della giornata. Le strade in Nuova Zelanda non sono molto grandi, ma per lo più sicure e manutenute con cura. Si adattano all’ambiente circostante, rispettandolo senza sovrastarlo, in questo modo ogni viaggio diventa un’esperienza a sé: colline verdeggianti e morbide, strade tortuose a picco sull’oceano, saliscendi immersi nei boschi. Ci diamo spesso il cambio, un pò per non stancarci eccessivamente, un pò per godere di tutta la meraviglia che ci circonda. Raggiungiamo Kaikoura e già il viaggio che ci conduce in una delle baie più famose della nazione basterebbe a rendere questa giornata memorabile, ma come detto l’asticella per oggi era ai livelli massimi e il meglio doveva ancora venire. Parcheggiamo in prossimità del molo e rimaniamo subito attratti dalla luce che illumina questa baia baciata dall’Oceano Pacifico: il cielo si è fatto più nuvoloso e i raggi del sole filtrano riflettendosi sull’acqua e sulle pietre umide creando un’atmosfera ancestrale, quasi aliena. Spesso qui è possibile vedere qualche leone marino spiaggiato godersi i raggi del sole, ma a noi capiterà più avanti, all’estremità sud del paese. Posso contare e riconoscere decine di sfumature di colore blu e verde e quasi mi manca il fiato. L’isola sud conta un totale di un milione di abitanti, di cui un terzo residenti nella cittadina che ci eravamo appena lasciati alle spalle: sapevamo che il resto del viaggio sarebbe stato sempre più estremo da questo punto di vista, sempre più a contatto con la natura, sempre più isolati. Questa cosa non ci spaventava per niente, anzi, eravamo ansiosi di conoscere le sensazioni che ci avrebbe scatenato. A posteriori credo che la Nuova Zelanda sia l’unico posto del pianeta che conserva perfettamente l’equilibrio e la proporzione che dovrebbe esserci tra uomo e natura, tra civiltà e terra incontaminata. E’ una sensazione di pace e benessere difficile da dimenticare, perchè non deriva dalla marea di servizi, prodotti, esperienze che siamo abituati a volere e acquistare a tutti i costi per riempire le nostre case, le nostre vite sempre più vuote, sempre più insoddisfatte..quel benessere deriva da qualcosa che geneticamente abbiamo dentro, qualcosa di antico che risveglia la parte più profonda di noi: il nostro rapporto con il bello, con il mondo, con la Terra. Una terra bellissima, perfetta nella sua complessa semplicità, che abbiamo fatto di tutto per modellare a nostro piacimento, a nostro uso e consumo e che giorno dopo giorno stiamo distruggendo. Per fortuna non qui. Ma torniamo alla baia e alla sua bellezza sconvolgente. Raggiungiamo l’ufficio per effettuare il check in: abbiamo i biglietti, manca circa un’ora all’imbarco e decidiamo di fare una passeggiata sulla spiaggia e respirare quell’aria cosi fresca e pulita di cui sappiamo già sentiremo la mancanza. Una coppia sulla sessantina cammina sul bagnasciuga tenendosi per mano. Ario è sulla riva cercando lo scatto perfetto, io mi godo il momento. Semplice e indimenticabile. Se devo immaginare la serenità potrei tranquillamente descriverla così. Tra una cosa e l’altra si è fatto mezzogiorno, l’imbarco è previsto alle 12.45: non abbiamo nulla per pranzo e questa cosa a posteriori sarà salvifica per me, ma ci arriviamo. Ario decide di acquistare un pacchetto di patatine che risultano dolciastre e immangiabili. Meglio cosi. Arrivano i pullman. E’ ora di andare. Sento l’adrenalina che sale e nel breve tragitto che ci porta al traghetto cerco di contenere le emozioni ma allo stesso tempo di imprimerle nel mio sistema nervoso per non dimenticarle. Saliamo sulla barca, saremo una quarantina di persone, un agglomerato enorme in territori come questo. Ci mettiamo nella seconda fila, pronti a uscire a prua quando sarà il momento. Lasciamo la costa e solchiamo le onde dell’oceano per spingerci al largo. Questa baia è una delle più famose in Nuova Zelanda e nel mondo per avvistare le balene e noi oggi stiamo andando a cercare proprio loro. Il tempo è bello ma andare al largo prevede un percorso contrario all’andamento delle onde e ben presto il mio stomaco ringrazia per la nefasta scelta delle patatine di Ario. La guida ci spiega con dovizia di particolari dove stiamo andando e che tipologia di balene potremmo incontrare, ma le mie viscere si contorcono, come un serpente che stringe la sua preda e devo concentrare tutte le mie forze per non vomitare. Dopo circa venti minuti di tormento la guida ci da l’ok per uscire: il comandante ne ha avvistata una proprio davanti a noi. La nausea sparisce in un attimo, l’adrenalina è a mille: raggiungiamo la prua e l’immagine dell’oceano di fronte a noi è qualcosa di indescrivibile. La costa è lontana, alle nostre spalle e davanti a noi una sensazione di infinito e di sconfinato ci avvolge. Ci guardiamo intorno, il silenzio è totale. Nessuno vede nulla ma non demordiamo. L’attesa è lunga, infinita. Nulla. Dopo dieci minuti rientriamo, falso allarme. Riprendiamo la marcia e ricomincia la nausea. Sento degli elicotteri sopra di noi. La guida all’improvviso ci urla di uscire. Corriamo fuori, il pavimento è bagnato, ma non c’ è un secondo da perdere. Devo ancora riprendermi dal senso di nausea quando la vedo. Sul pelo dell’acqua, lenta, silenziosa, bellissima. Enorme. Il silenzio continua ma l’emozione e l’entusiasmo pervadono l’aria e tutti cercano di immortalare il momento e goderselo allo stesso tempo. Ogni tanto una colonna d’acqua si alza dal suo dorso. Era difficile immaginare quale sarebbe stata le reazione trovandosi a pochi metri dall’animale più grande del pianeta in mare aperto ed è difficile spiegarlo ancora oggi. Ho solo sentito il magone ostruirmi la gola e le lacrime calde scorrermi sul viso. Mi sono sentita piccola e infinitamente grata per quello che stavo vivendo. Il mio cuore batteva all’impazzata e continuavo a ridere e piangere come una bambina emozionata al suo primo Natale. Mi sono sentita viva, felice di vivere, ho avvertito qualcosa di bello e potente. Qualcosa che solo la natura può farti provare, qualcosa che non è umano ma che possiamo provare, se solo siamo disposti a coglierlo. Quei minuti sono stati interminabili: la mente è sgombra, il cervello totalmente concentrato sul presente, la nausea sparita. Siamo tutti ipnotizzati da ciò che stiamo vivendo. Ad un certo punto il dorso si muove e la balena raggiunge la posizione verticale, pronta ad immergersi. Ci saluta mostrandoci la sua enorme coda e ritorna negli abissi. Abbraccio Ario ancora in lacrime. Una delle esperienze più belle della mia vita e siamo insieme. Rientriamo ancora increduli, pronti a ripartire. Nel corso del pomeriggio faremo altri avvistamenti alternati a falsi allarmi e ai soliti momenti di nausea. E tutte le volte quel turbinio di emozioni si sarebbe ripetuto con la stessa intensità. Ovviamente l’unica tra i due a soffrire di nausea nei momenti di navigazione sono stata io. E’ sempre così e lo sarà anche in altre occasioni nei prossimi giorni. Ma da una parte mi va bene: nella mia visione un pò melodrammatica di felicità non è mai tutto perfetto, o meglio, per arrivarci e godersela appieno non può essere tutto semplice. Il mio passato da sportiva in questo incide: la difficoltà e la fatica rendono il risultato finale più godibile, più soddisfacente. E io quel pomeriggio me lo sono goduto al cento per cento.Rientriamo nella baia e raggiungiamo finalmente la terraferma: il mio stomaco ringrazia, il mio cuore no. Ripetiamo il percorso all’inverso e raggiungiamo la macchina. Sono circa le cinque del pomeriggio e la giornata non è ancora finita. Riparte la marcia, direzione nord. Salutiamo Kaikoura e ci fermiamo al primo Countdown sulla strada: un tramezzino per me e una meat&cheese pie per Ario. Forse anche due, ne va matto. Le abbiamo scoperte in una specie di autogrill sulla strada per Rotorua, all’inizio del nostro viaggio, e da allora sono il suo pranzo preferito. Abbiamo ancora un’ora e mezzo di strada per arrivare alla destinazione finale della giornata, ma siamo eccitati e carichi a mille. Dopo un tratto lungo la costa deviamo a sinistra e il panorama intorno a noi dopo pochi chilometri cambia totalmente: stiamo raggiungendo Blenheim e la zona del Marlborough, il cuore pulsante dell’attività vitivinicola del paese. Raggiungiamo la nostra casa che è letteralmente immersa nella vigne, il paese più vicino dista 8 chilometri e conta circa 28000 abitanti. L’host si chiama Tony, un simpatico sessantenne di origini inglesi, trasferitosi in Nuova Zelanda circa quarant’anni fa. La nostra sistemazione è una mansarda trasformata in alloggio indipendente, con vista sulle vigne e nulla’altro. A pochi metri dal nostro giardino qualche pecora che pascola libera, una delle prime cose che ti abitui a vedere qui. Siamo affamati e vogliamo terminare in bellezza questa giornata. E’ pur sempre il mio compleanno. Blenheim è una cittadina turistica ma le opzioni non sono molte e soprattutto qua i ristoranti chiudono presto e noi non abbiamo prenotato da nessuna parte. Non perdiamo l’ottimismo e raggiungiamo il ristorante prescelto: l’atmosfera è bella, intima, luci soffuse e un buon profumo. Ci accoglie un giovane cameriere e guardando la sua espressione il nostro entusiasmo inizia a vacillare. Ci fa accomodare ma ci dice che sarà possibile ordinare solo le tapas, gli antipasti previsti dal menù. Poco male, meglio del McDonald, pensiamo. Dopo qualche minuto ci raggiunge il manager del ristorante, un ragazzo sorridente che scopriamo essere di origine brasiliana. Ario è convinto che si chiami Cristian, io sostengo che sia un nome che gli abbiamo dato noi per evitare la dicitura “quello del ristorante brasiliano”. Questa diatriba non troverà risposta, almeno per ora. Ovviamente questa zona non è stata scelta a caso e la prima cosa da scegliere insieme al nostro nuovo amico Cristian è il vino: ci prepara su due piedi una piccola degustazione e optiamo per un Malbeck. Le premesse sono ottime, peccato per la scelta limitata dei piatti. Ci servono il vino e, non so dire perchè e come, sarà stato il nostro entusiasmo, sarà la rinomata gentilezza del popolo neozelandese, sarà il culo, ma Cristian ci raggiunge e ci dice che oltre alle tapas ha convinto il cuoco a cucinare ancora qualcosa per noi, e una bella bistecca di bovino locale ci attende. Accogliamo volentieri questo cambio di programma e ci gustiamo una cena buonissima. La cucina neozelandese non ha particolari vezzi, ma la qualità della materia prima è altissima, e quella salsa ai funghi che accompagnava la rib-eye steak difficilmente me la dimenticherò. E’ il primo compleanno che passo lontano da casa e devo dire la verità, un pò mi è mancata la torta alle mele che mia mamma è solita preparare in queste occasioni. Talmente un’abitudine che ogni tanto la battuta sulla possibilità di cambiare almeno il gusto è scappata, lo ammetto. Ma sono quelle cose, quei gesti che diamo per scontato quando ci sono e ti mancano quando non li hai. E questa cosa non capita solo con le cose, ma anche con le persone. Una delle grandi lezioni che questo viaggio ci ha insegnato e che sento di aver imparato meglio.
Cristian è un gran chiacchierone, la bottiglia è finita ed è l’ora del dolce. Gli confidiamo che oggi è il mio compleanno e lui mi salta al collo abbracciandomi e facendomi gli auguri come se ci conoscessimo da anni. Che personaggio incredibile. Non prende l’ordinazione del dolce, dice che ci pensa lui, e pochi minuti dopo si spengono le luci e sento intonare il classico “happy birthday” versione portoghese. I camerieri circondano il nostro tavolo e la festa continua. Sola con Ario, a 18000 chilometri da casa, non potevo chiedere di meglio.Baci e abbracci, lasciamo il ristorante e ci reimmergiamo nella notte di Blenheim, destinazione casa, finalmente. Abbandoniamo il paesino ormai vuoto e raggiungiamo le vigne che circondano il nostro alloggio. Svolta a destra, poi ancora a destra e siamo nel vialetto privato in cui parcheggiamo. Non c’è un lampione neanche per sbaglio ma c’è ugualmente luce. Facciamo qualche passo e quasi d’istinto alzo lo sguardo verso il cielo, una cosa che non faccio quasi mai, ma che dopo la Nuova Zelanda mi capita di fare sempre più spesso, ahimè con risultati diversi. Un muro di stelle ci sovrasta letteralmente. Mi vengono i brividi. Succederà in altre parti dell’isola sud e anche in Australia: il cielo lì è diverso e regala dei colori e degli spettacoli incredibili, difficile descriverli a parole. La mancanza di luce artificiale accentua l’effetto e la luminosità delle stelle, in questo modo le avevo viste solo in Kenya durante un safari, sperduti nella savana. Ma forse non avevo il cuore per vederle come le vedo oggi. Erano talmente tante da sembrarci vicine, quasi da poterle toccare. Una conclusione inaspettata e perfetta per una giornata indimenticabile. 

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